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09
Giu
2007

ARTICOLO COMPARSO SU SCIENCE SULLA DISPONIBILITA' DI STOCK DI PESCE ENTRO IL 2048

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Non ci saranno più pesci da catturare nel 2048?

Ci sono possibilità che la predizione di un collasso del 100% di tutti gli stock di pesci attualmente pescati divenga realtà?

Per il Dr. Franz Hölker ed i suoi colleghi del Joint Research Centre della Commissione Europea di Ispra questo non sembra proprio il caso. Nel numero di Science pubblicato il 1° Giugno questi ricercatori, insiemi a colleghi Inglesi, Tedeschi ed Italiani, rispondono con un commento tecnico all’articolo sugli impatti della perdita della biodiversità sui ecosistemi oceanici (pubblicato nello scorso Novembre sulla stessa prestigiosa rivista da un gruppo internazionale di ecologi ed economisti guidato dal Dr. Boris Worm della Dalhousie University, Canada). Worm ed i suoi colleghi hanno modellato la diminuzione degli stock di pesci in funzione del tempo ed hanno quindi usato questo modello per ottenere la proiezione di un collasso del 100% degli stock attualmente pescati entro il  2048. Questa pubblicazione era stata ripresa dai media di tutto il mondo, con ampio risalto ed era divenuta in breve un punto di riferimento per i giornalisti.

Malgrado il Dr. Hölker ed i suoi colleghi abbiano apprezzato questo studio come un utile contributo alla discussione sullo sfruttamento degli oceani da parte dell’uomo e sulla relazione tra la biodiversità ed il funzionamento degli ecosistemi, erano evidenti almeno due potenziali problemi dello studio.

Per primo, gli scienziati pongono in dubbio la validità di proiettare futuri collassi delle specie pescate usando la tendenza temporale nella riduzione degli stock commerciali, perchè i dati sono estrapolati molto oltre l’ambito delle osservazioni disponibili. “Noi abbiamo usato un simile approccio modellistico utilizzando il tasso di disoccupazione in Germania nel tempo, per illustrare l’inappropriatezza di fare questo tipo di assunzioni” dice il principale autore, il Dr. Hölker del Joint Research Centre della Commissione Europea di Ispra. “Estrapolare al di là del periodo di osservazioni disponibili porta alla proiezione di un 100% di disoccupazione in Germania entro il 2056, al quale certamente nessuno crede. In entrambi gli esempi, il tempo non ha alcun potere descrittivo”.

In secondo luogo, il Dr. Worm ed i suoi colleghi hanno esaminato l’utilità delle Aree Marine Protette e delle zone di divieto di pesca, concludendo che esse sono utili agli ecosistemi, inclusa la pesca mondiale. Comunque, sui 122 blocchi di dati utilizzati nel loro studio, 73 derivavano da barriere coralline (quindi prevalentemente da zone tropicali) e soltanto 11 erano da habitat ove viene praticata la pesca di fondo, mentre nessun dato era relativo alla pesca pelagica. “Malgrado noi concordiamo sul fatto che le Aree Marine Protette siano note anche per i benefici effetti sugli ecosistemi, non siamo convinti che conclusioni basate su protezioni su piccola scala di habitat specifici possano essere estrapolate alla situazione della pesca globale, perché la pesca di pesci di fondo su larga scala e la pesca pelagica sono di gran lunga le più importanti”, dice il co-autore Prof. Dr. Axel Temming, direttore dell’Istituto di Idrobiologia e Scienze della pesca dell’Università di Amburgo in Germania.

“Noi condividiamo l’opinione di Worms e dei suoi colleghi che il mantenimento ed il ripristino della biodiversità marina attraverso un sistema di gestione ecosistemico sia essenziale” dice il Dr. Antonio Di Natale, responsabile scientifico dell’Acquario di Genova e direttore dell’Istituto di Ricerca Aquastudio di Messina,  “ma pensiamo che sia necessario disporre di dati molto più completi prima di raggiungere quel tipo di conclusioni onnicomprensive, particolarmente tendendo presente la maggiore sensibilità del pubblico sui temi delle conseguenze dell’attività umana sugli oceani. Diversi stock di pesci marini (circa il 25%) continuano ad essere in uno stato preoccupante, ma contrariamente alle conclusioni di Worms e dei suoi colleghi, i rapporti più recenti della FAO delle Nazioni Unite indicano che la situazione del depauperamento e del sovrasfruttamento si sia abbastanza stabilizzata dall’inizio degli anni ’90. Riteniamo essenziale che su temi così importanti venga data al pubblico la migliore informazione scientifica disponibile, senza esagerazioni o allarmismi non giustificati. La situazione è già abbastanza complessa di per sé”.