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24
Ott
2011

Dalla padella del nucleare alle braci del carbone ? articolo di Alfiero Grandi

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Strano paese l’Italia. alt Quando i 2 referendum sull’acqua pubblica, quello sul nucleare e quello sul legttimo impedimento sono stati promossi non pochi - anche in buona fede - erano

preoccupati del risultato, perché convinti che non sarebbe stato raggiunto il quorum necessario per la loro validità. Hanno sbagliato. Il quorum è stato raggiunto per i 4 referendum e le norme sono state abrogate. Tanto è vero che subito dopo c’è statochi, preso dall’entusiasmo per il risultato ottenuto il 12/13 giugno, ha promosso a tambur battente un nuovo referendum sulla legge elettorale, che dovrebbe svolgersi nella primavera prossima, salvo elezioni anticipate. Il senso politico della campagna referendaria, che ha portato al successo del 12/13 giugno, invece sembra essersi in buona parte smarrito. Eppure subito dopo il successo del 12/13 giugno scorso sembrava aperta una riflessione anche sui risvolti più direttamente politici dei referendum, perfino con qualche entusiasmo di troppo.
Oggi gli argomenti referendari sono entrati in un cono d’ombra. Non se ne traggono conseguenze coerenti sul piano del merito, delle concrete politiche. I referendum sono fondati su quesiti precisi che hanno lo scopo di abolire leggi e norme ritenute sbagliate, ma mettono in campo domande più ampie. Chiedono risposte politiche di altro segno che i referendum, per loro natura, non possono dare. I referendum hanno, in sostanza, una portata politica concentrata su un punto ma in realtà richiedono risposte politiche ben più complesse e questo dovrebbe essere il centro dell’impegno di quanti li hanno appoggiati. Prendiamo il nucleare.

La legge che voleva reintrodurre il nucleare in Italia oggi è certamente abrogata. Tanto è vero che perfino l’Agenzia per la sicurezza nucleare, pur non essendo oggetto di abrogazione, oggi ha il Presidente Veronesi dimissionario. Tuttavia il blocco del nucleare in Italia, avvenuto per la seconda volta in 25 anni con referendum popolare, non risolve il problema di una diversa politica energetica. Certo questo Governo lascia poche speranze di potersi confrontare, anche criticamente, con una proposta di politica energetica. Basta pensare al disastro di ordini e contrordini sulle rinnovabili che hanno fatto dire ai pericolosi estremisti annidati nelle grandi banche internazionali che le normative italiane e questo Governo che le emana non sono affidabili. Questo perché le regole vengono cambiate continuamente, anche in corso d’opera, facendo venire meno la certezza legislativa che invece è il punto di forza, ad esempio, della Germania.

Come si fa ad investire sulle sabbie mobili di un Governo ondivago e ostaggio dei ricatti della Lega ? Il vuoto però non esiste e infatti lo spazio lasciato da politiche confuse o inesistenti viene occupato dalle scelte politiche dei singoli gruppi industriali e delle lobbies che si muovono secondo logiche che rischiano di far cadere l’Italia dalla padella nucleare alle braci del carbone. Solo così si spiega l’insistenza dell’Enel per realizzare una nuova centrale a carbone nel delta del Po e per realizzarne anche in altre parti d’Italia, facendo luccicare gli specchietti dei miraggi occupazionali per ammorbidire le resistenze. Oggi si cerca di fare dimenticare che nella campagna elettorale referendaria i sostenitori del nucleare hanno detto peste e corna (in un raro momento di verità) del carbone, indicato come responsabile di 2.000.000 di morti nel mondo e almeno 8.000 in Italia. Il carbone è un grave fattore di inquinamento per una vasta area circostante alle centrali, fino a rendere proibite alcune coltivazioni, a minacciare le falde, ad avvelenare l’aria, in cui vengono immesse quantità enormi di CO2, le più alte in termini relativi tra i combustibili fossili.

Una centrale non inquina solo nell’area circostante, non riguarda solo chi ci lavora, ma rilascia i suoi veleni anche a grande distanza e il cosiddetto carbone pulito è poco più di una definizione. Enel ed altre aziende forse riusciranno a spendere meno nella produzione di energia elettrica con il carbone ma è certo che l’Italia come paese pagherà un prezzo salatissimo per il mancato rispetto degli obiettivi del 20-20-20 concordati con l’Europa. Quindi di nuovo guadagni (?) privati e costi per la collettività. Per di più queste scelte vanno controcorrente. Altri paesi hanno deciso di chiudere non solo con il nucleare ma anche con il carbone entro pochi anni. La transizione verso una produzione energetica fondata sulle rinnovabili e il risparmio di energia può essere affrontata con il gas che è disponibile in grandi quantità (anche nell’area del Delta) e a prezzi calanti e che ha effetti molto meno gravi sull’ambiente e sulla salute delle persone. Si parla molto della cattura del CO2 per tentare di alleggerire la contrarietà al carbone, dimenticando che per ora è una tecnologia sperimentale e comunque talmente costosa da richiedere sovvenzioni pubbliche. Se infatti venisse stabilito che prima dell’uso del carbone occorre avere costruito gli impianti per la cattura del CO2 le centrali semplicemente non verrebbero costruite. La Germania ha deciso di arrivare all’80 % di produzione energetica da fonti rinnovabili entro il 2050. Perché l’Italia non dovrebbe porsi un obiettivo analogo, cominciando con il congelamento dell’uso del carbone ? Anche la Cina, grande divoratrice di carbone sta riflettendo e prendendo contromisure. Solo in Italia si spacciano per nuove scelte vecchie, costose ed inquinanti. Un piano energetico fondato su risparmio e fonti rinnovabili potrebbe essere un’alternativa seria anche sul piano occupazionale.
C’è già uno studio che partendo dalle più avanzate tecnologie sull’eolico off-shore è in grado di offrire a parità di investimenti “privati” risultati occupazionali migliori, senza inquinare e compromettere la salute. Possono esserci altre proposte. Ciò che conta è che a Enel venga chiesto un tavolo per discutere scelte diverse, come del resto ha chiesto la Regione Emilia Romagna, diversamente dal Veneto che ha piegato la testa.

La manifestazione nazionale ad Adria non è solo un No alla nuova centrale che Enel vorrebbe costruire nel Delta del Po, ma è il punto di riferimento di un movimento presente in tanti territori, da Saline ioniche a Vado ligure, in cui si vorrebbe commettere lo stesso errore. La manifestazione non è solo un No - che pure sarebbe in sé più che giustificato viste le conseguenze - ma l’occasione per ribadire che il carbone non è l’unica scelta in campo e che un’alternativa di politica energetica è possibile. Basta avere la volontà politica di affermarla. L’alternativa non è tra il buio e il carbone, ma tra energia la cui produzione garantisca la salute e l’ambiente e la coazione a ripetere investendo in grandi impianti fondati su tecnologie vecchie ed inquinanti. (Alfiero Grandi) Il 29 ottobre ad Adria manifestazione nazionale contro la centrale a carbone nel delta del Po.