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09
Gen
2007

CHIAVARI I GIOVEDI' DELLA CINETECA AL TEATRO CANTERO CON "SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA"

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Il giorno 11 gennaio 2007 dalle ore 17:00 alle 21:00 al Cinema Teatro Cantero:

Sbatti il mostro in prima pagina
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 1972 Italia-Francia Durata: 93 m

Sceneggiatura: Sergio Donati
Fotografia: Luigi Kuveiller, Enrico Menczer
Scenografia: Carlo Gervasi
Costumi: Dante Ferretti
Musica: Ennio Morricone
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Prodotto da: Ugo Tucci
Distribuzione: Cineteca DWGrigffith

Cast: Gian Maria Volonté: Bizanti , Laura Betti: Rita Zigai, Fabio Garriba: Roveda, Carla Tatò: moglie di Bizanti, John Steiner: Ing.Montelli, Jacques Herlin: Lauri, Michael Gardiner: redattore, Marco Bellocchio: giornalista, Corrado Solari: Boni, Jean Rougeul: direttore, Enrico Dimarco,Gerard Boucaron, Gisella Burinato, Massimo Patrone: assassino
Trama: Il redattore capo di un grande quotidiano strumentalizza un delitto sessuale per screditare la sinistra extraparlamentare nella Milano dei funerali di Feltrinelli e dopo la bomba di piazza Fontana.

In un periodo politicamente caldo l'8 marzo del 1972, alla vigilia delle elezioni, poco dopo un attentato subito da "Il Giornale" ad opera di frange politiche della sinistra, il corpo senza vita di Maria Grazia giovane di quindici anni, figlia del professor Italo Martini, viene trovato in un prato alle porte di Milano. La ragazza è stata violentata e poi strangolata.
Seguendo il consiglio dell'ingegner Montelli, finanziatore del quotidiano, il capo redattore Bizanti affida il caso ad un giornalista principiante, Roveda, affiancandogli il più esperto e senza scrupoli collega Lauri. Nel frattempo Bizanti segue da solo alcune tracce. Avendo stretto amicizia con Rita Zigai (amante di Mario Boni, uomo della sinistra extraparlamentare) egli entra in possesso del diario della ragazza uccisa. Bizanti con la complicità di Lauri, manipola gli indizi per poter accusare Mario Boni. Le prove vengono presentate alla polizia, alla magistratura e all'opinione pubblica, tramite Roveda. Egli però ha dei dubbi sulla veridicità dei fatti. Continuando le sue ricerche, avvicina il bidello della scuola frequentata da Maria Grazia e scopre che questi è il responsabile del delitto. Scioccato dalla mistificazione, Roveda vorrebbe denunciare l'errore ma Bizanti lo licenzia. Il capo redattore, nuovamente sotto suggerimento del finanziatore Montelli, preferisce infatti tenere lo scoop sulla verità per il dopo elezioni, sfruttandone al meglio le possibilità politiche.
Diretto in seconda battuta da Marco Bellocchio che si servì di Goffredo Fofi per correggere e dare contenuti di analisi politica a una sceneggiatura di Sergio Donati cheinizialmente avrebbe dovuto dirigerlo.

Curiosità
Il film è del 1972, “il Giornale”, quello vero, è nato nel '74. Stavolta la sarcastica dicitura finale (ogni riferimento è puramente causale) non mente. L’assassino è interpretato da Max Patrone, ora resposabile della Cineteca DW Griffith.
Sbatti il mostro in prima pagina, a suo tempo molto maltrattato dalla critica, si apre con un il corteo funebre di Giangiacomo Feltrinelli: “compagno Feltrinelli sarai vendicato”.., mentre non lontano un giovanissimo Ignazio La Russa arringa la folla sui valori sacri dell'anticomunismo. L'ultima inquadratura, un'altra significativa icona degli anni settanta mostra il totale di una chiesa con i rappresentanti della peggior borghesia milanese durante una cerimonia funebre. Il prete pronuncia la fatidica frase “andate in pace”. Stop. Poi, in un canale periferico l'acqua putrida porta con sé placidamente ogni sorta di rifiuti urbani.

Nota di: Marco Bellocchio
La lavorazione di Sbatti il mostro in prima pagina era iniziata con Sergío Donati (autore di gialli, sceneggiatore in particolare per Leone) come sceneggiatore e regista. Donati si ammalò, disse la produzione, ma in realtà, di comune accordo, lui e il produttore avevano giudicato che non era in grado di poter ancora alla regia, e così Committeri si dette da fare per trovare uno che riprendesse il film. Io accettai perché m'interessava un'esperienza di questo genere: saltare su un treno già in marcia, vedere cosa si poteva fare come strettamente professionale, e anche trasformare il film, che era un giallo dei giornalismo milanese, in un film di taglio politico. Mi trascinai Fofi e con lui riscrivemmo velocissimamente la sceneggiatura giorno per giorno, mentre si girava.Restarono gli ambienti, restarono quasi tutti gli ma vennero aggiunti nuovi ruoli, tra cui quello fondamentale di Laura Betti, e la storia diventò completamente diversa.
Lavorare con Volontè era per me un'esperienza nuova anche quella, i nostri rapporti sono stati buoni, ma non molto profondi, anche per la fretta con cui si doveva lavorare. Certo, le idee di Fofi e mie erano diverse da quelle di Volonté, e per questo, di comune accordo, nel film non si parla mai, ad esempio, del comunista, anche perché il film non voleva essere polemico verso il Pci, aveva altri obiettivi. Non è stata un'operazione riuscita, non è un film che sento come mio. Ho verificato la mia poca disponibilità a un cinema più commerciale e anche a un cinema direttamente politico. Quando io lavoro ho bisogno di tempo, di pensare e ripensare, di vedere e rivedere, a partire da una sceneggiatura molto elaborata e precisa, preparata con grande anticipo sulla lavorazione.
Nota di: Goffredo Fofi
Marco mi chiese se m'interessava quest'esperienza, e io dissi di sì, soprattutto per seguire da vicino la lavorazione di un film, per rendermi conto dei meccanismi reali della fattura di un film. Della sceneggiatura di Donati restò poco, certo erano vincolanti l'ambiente (costruzioni già fatte, per esempio), gli attori e la natura stessa dei film. Abbiamo riscritto il soggetto tenendo conto di tutto questo, in un giorno o due, a Milano, ma abbiamo conservato della sceneggiatura di Donati una scena fondamentale, scritta benissimo, e che resta forse la più bella del film: quella della lezione "didattica" di Volontè, direttore di un giornale che noi chiamammo, preveggentemente, "Il gíornale", a un giovane cronista su come si dà una notizia di cronaca, una lezione perfetta di manipolazione dell'informazione.
Donati era stato giornalista, e conosceva molto bene queste cose. Abbiamo portato il film su tutt'altri binari. La mia idea era semplice: fare un'operazione il più possibile pulita e "fredda". Il mio modello era il Fritz Lang dei piccoli film americani. Una storia veloce che mostrasse il funzionamento del potere dentro i mass-media a partire da un caso di manipolazione politica che era ricalcato su quello di Valpreda. Molti personaggi erano a chiave: il padrone del giornale alla Agnelli, per esempio; quello di Laura Betti, il gruppo dei ragazzi, che erano anarchici confusionari del dopo '68. Credo che l'operazione non sia riuscita per la fretta con cui si lavorava: di giorno io scrivevo la scena che il giorno dopo Marco avrebbe girato, e ne discutevamo la sera con lui, spesso con Laura per la sua parte, spesso con Volontè. (Ero affascinato dagli attori, lo sono sempre stato, e vedere come Volontè riusciva a trasformarsi, diventando una specie di Laurence Olivier ma piccolo-borghese-arrivato, con un fondo di cattolica ipocrisia, o vedere l'irruenza di Laura, un po' ottocentesca, è stata la cosa che più mi ha incuriosito del poco di lavorazione che riuscivo a seguire.)
Succedeva che, per semplificare, Marco cambiasse molto di quello che era scritto, e questo mi provocò anche una crisi con Lotta continua, perché c'erano all'inizio due aspetti della nuova sinistra: gli anarchici vittime di una provocazione, e un gruppo che li difendeva, e Marco ne fece un'unica cosa, con il risultato di una certa confusione politica. Marco caricava espressivamente il film laddove io avrei preferito una narrazione molto piana, molto affidata all'azione. Complessivamente fu un'operazione fallita. Intervenire nel filone del cinema politico portandovi più chiarezza e determinazione (e un "uso" spregiudicato dei genere per dire più di quanto il genere allora non facesse, e in un'altra direzione) non è stato possibile per tutti questi motivi, nonché per la mia scarsa preparazione e autorità.


Un film da rivedere: “Sbatti il mostro in prima pagina”
 di Maurizio Fantoni Minnella

Al film si rinfacciava un ostinato schematismo ideologico che si esprimeva con forzature nei caratteri dei personaggi. Eppure la volontà di coniugare l'affresco politico d'attualità con l'indagine poliziesca si rivela, nonostante l'apparente ambiguità linguistica, uno scandaglio funzionale alla messinscena dei subdoli meccanismi utilizzati dall'opposizione fascista, non per fare necessariamente un cinema popolare, come purtroppo lo intendiamo oggi, ma un cinema "diretto" o politico, se si preferisce, che potesse giungere al pubblico come un pugno allo stomaco.

Ma c'era allora la questione di un cinema militante, che rifiutava sistematicamente tutte le possibili convenzioni narrative, mentre il film di Bellocchio certamente assume talune convenzioni spettacolari (a partire dalla presenza totalizzante dell'attore feticcio Gianmaria Volonté che qui, come in Todo modo e in Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto, entrambi di Elio Petri, lavorava su un personaggio "negativo", ma straordinariamente duttile) pur nella consapevolezza della confusione di codici narrativi, ma al tempo stesso della loro efficacia come espediente narrativo.
E all'interno di questo difficile equilibrio di elementi, anche dialetticamente contrapposti, egli riesce ugualmente a trasmettere il clima dell'epoca, il disagio delle istituzioni, l'ansia di un conflitto sociale che di lì a poco sfocerà nella lotta armata, la natura violenta delle forze in campo, l'autoritarismo poliziesco sempre schierato con i poteri forti dello Stato, l'ambiente dei compagni di Lotta Continua osservato senza eroismi né retorica, e alcune figure più convenzionali e schematiche come la "anarchica nevrotica" Rita Zigai, interpretata da un'ottima Laura Betti, il timido e ingenuo giornalista Roveda, vittima del disegno strategico del suo capo redattore Bizzanti e infine il bidello "segaiolo", l'assassino della ragazza bene che crede a tutto quello che pubblica il suo giornale.

Sopra tutti questi soggetti deboli domina e gigioneggia appunto la figura di Bizzanti, perfetto fascista in doppiopetto, a cui Volontè presta tutto il proprio istrionismo perché risulti lui il vero mostro (e non quello "costruito" dal potere poliziesco, “un compagno un po' sbandato che ad un certo momento del film ci rammenta, con malinconico sarcasmo, che Milano è o è stata capitale morale del paese, e neppure il vero assassino”). Mai così superbo Volontè come nella parte di un imperturbabile mostro, nascosto dietro la maschera del perbenismo e della normalità.